La cultura nel Rotary
e nello sviluppo della società
“Proprio della cultura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali,
formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in
comunicazione con la cultura straniera, avvicinare e accomunare le
lingue, sviluppando in esse non quello che è locale, ma quello che è
comune” (De Sanctis).
In queste intense parole è racchiuso e condensato, a mio parere, il ruolo
della cultura, ciò in cui l’uomo, per il quale l’esistenza si propone come
sfida, e quindi come responsabilità, trova il proprio alimento.
Con il termine “cultura”, negli indirizzi più avanzati dell’indagine antropologica
in generale si intende quel complesso di esperienze, di conoscenze,
di sistemi, di valori, di scelte di vita, di modalità di comportamento
mediante i quali l’uomo affina ed esplica le proprie qualità spirituali
e doti fisiche, cerca di ridurre in proprio potere la natura, mettendone
in luce le leggi e modificandone l’aspetto con il lavoro, si adopera
per rendere più accettabile la vita sociale, sia nella famiglia, sia nella
società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni.
Dal punto di vista storico la cultura invece esprime, comunica e conserva,
nelle sue opere, le grandi esperienze e aspirazioni spirituali,
affinché possano servire al progresso di tutto il genere umano.
In questo senso la cultura è il bene comune proprio di ciascun popolo,
poiché ne riflette lo spirito d’iniziativa, le capacità creative, l’abilità
tecnica e pratica, e quindi incarna le ragioni che, nel lunghissimo
trascorrere del tempo, han reso quel popolo degno di rispetto e meritevole
di considerazione. È dunque difficile, se non addirittura impossibile,
immaginare che la cultura, nella propria peculiarità di prodotto
dell’intelligenza e della volontà dell’uomo, nonché di espressione
della sua identità, possa costituire per lui fattore di costrizione,
di subordinazione, di ostacolo alla sua crescita e al suo sviluppo.
La cultura può e deve essere la base su cui poggia il vero progresso
morale e civile di un popolo. Purtroppo, nel corso del passato ventesimo
secolo, la cultura, anziché progredire come sarebbe stato auspicabile,
e come sarebbe sembrato logico attendersi, ha sofferto lunghi
periodi di profondo smarrimento, condannata talvolta a un ruolo secondario
o subordinato.In quella che a buon ragione può essere definita
una crisi della cultura, hanno avuto una incidenza determinante
alcune circostanze storiche che hanno caratterizzato quel secolo.
Il mondo e il nostro paese sono percorsi da ventate di incertezza, di
timore, di sfiducia, di preoccupazione per il futuro. Ma se avremo la
volontà, la forza e il coraggio di ridare vita e voce alla cultura non
mancheranno le ragioni della speranza.
In particolare noi rotariani, per dissipare il profondo senso di smarrimento,
dobbiamo assumerci il massimo di responsabilità nei confronti
della comunità, dell’ambiente, di ogni singolo uomo.
Nell’attendere a questo dovere è la premessa indispensabile per dare
prova di riconoscere nei fatti il valore che inerisce costitutivamente
alla vita, all’ambiente, alla fraternità, in una parola all’uomo come
persona, chiamato ad un destino di trascendenza.
L’umanesimo e la cultura, non solo ci restituiscono alla nostra dignità
di uomini, ma ci offrono i paradigmi per giuste scelte politiche, economiche
e sociali. La cultura dà un senso anche alle vicende quotidiane,
sia private sia pubbliche, e dunque dischiude un orizzonte di
speranza tanto alla storia presente quanto a quella futura.
Benvenuta sia di nuovo la cultura, prima vilipesa, dimenticata, usata
per fini spesso ignobili.
Essa ci potrà offrire materia di discussione, di riflessione, di verifica
intorno a questioni che interessano tutti, e che altrimenti rimarrebbero
soltanto in mano a pochi o, ancor peggio, irrisolte.
Abbiamo bisogno oggi di punti di riferimento forti e verificabili.
Abbiamo bisogno di tornare alla verità, a una cultura libera, non condizionata
da ricatti ideologici, non asservita alla ragion di stato o di
parte, come nelle peggiori tirannidi.
La cultura sarà il nostro più efficace strumento per risorgere dalle macerie,
soprattutto morali, del nostro paese, per tornare ad essere un popolo:
“Avere glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente.
Aver fatto insieme grandi cose, e volerne fare altre ancora.
Queste sono le condizioni essenziali per essere un popolo. Un’ere–
dità di glorie e di rimorsi per quanto riguarda il passato, uno stesso
programma da realizzare per il futuro, l’esistenza di una nazione
è un plebiscito quotidiano” (Renan).
Ebbi una conversazione telefonica con il carissimo professore Tristano
Bolelli fondatore e per lungo tempo presidente del premio internazionale
Galileo Galilei. Egli mi rammentò allora che la parola è veicolo
essenziale per la cultura, è la voce attraverso la quale si esprimono
alcune delle grandi muse.
La lingua, evidentemente, batte dove il dente duole, perché sappiamo
tutti che il professor Bolelli era un insigne, grandissimo glottologo.
E dirò subito che anch’io sono fortemente convinto dell’importanza
fondamentale della parola. Non a caso, da quando vide la luce, una
delle preoccupazioni principali del Rotary è stata proprio la diffusione
della scienza, della cultura, dell’informazione.
Noi, lontani eredi di Paul Harris, condividiamo appieno quell’ansia, ed anzi
rinnoviamo l’impegno perché siamo anche profondamente convinti che
sapere e conoscere significano comprendere, e la comprensione genera
reciproco rispetto e amicizia, che sono tra i più nobili ideali del Rotary.
Per esaltare la funzione dell’ingegno, della scienza e della cultura il
Rotary Italiano ha creato il premio internazionale Galileo Galilei. È un
premio che ormai acquisisce ogni anno sempre maggiori rinomanze e
importanza, tanto da essere considerato il Nobel Italiano.
Recentemente, vanto del nostro Distretto è stato istituito il programma
della Rotary Fellowship (Old and Rare Books and Prints) (libri
e stampe rari e antichi). Si tratta di una iniziativa di valore sociale
e culturale, che intende promuovere amicizie e scambio di informazioni
a livello mondiale fra rotariani che condividono la passione
per i libri e le stampe antiche.
E so che un certo ripensamento, e una certa tendenza al ritorno verso
un più equilibrato rapporto tra il regno della materia e quello dello
spirito vada via via oggi diffondendosi nelle menti più educate e
più attente. Se il concetto è giusto tocca allora a noi, ai rotariani, il
compito di tradurlo in termini concreti studiando e organizzando un
programma di concrete iniziative culturali ed educative, articolate a
tutti i livelli possibili, ma soprattutto, mi permetto, raccomandare in
funzione dei giovani perché essi sono il nostro domani.
Enzo Cossu
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Mi piace affrontare il discorso sul libro antico partendo da questa
semplice constatazione: “Noi non saremmo quello che siamo, se
quanti sono vissuti prima di noi non avessero avuto lo strumento
per trasmetterci e farci conoscere quello che loro sono stati!”.
Tutte le generazioni hanno lasciato una traccia sulla terra, anche le
più lontane nel tempo. Gli uomini della Preistoria erano persone come
noi, dotate di una loro complessa interiorità ma questo loro patrimonio
“umano” se lo sono portati nella tomba perché, non conoscendo
la scrittura, non potevano trasmetterlo in maniera duratura.
È infatti la scrittura il discrimina tra la storia; ossia la realtà documentata
e la Preistoria.
Lungo, e in parte tuttora oscuro, è stato il cammino per giungere all’elaborazione
della scrittura: probabilmente si è incominciato a raffigurare,
in maniera sempre più astratta, la realtà concreta e i concetti
ad essa collegati tramite pittogrammi e ideogrammi, secondo il
modello usato nell’Egitto antico e nell’Estremo Oriente moderno. I
segni così elaborati hanno probabilmente acquisito col tempo un valore
fonetico e non concettuale, trasformandosi, in ambiente mediterraneo,
in lettere alfabetiche, componendo le quali, si riscontrò la
possibilità di creare un numero infinito dì vocaboli secondo le mille
esigenze della vita concreta. Non è un caso che “ l’invenzione” dell’alfabeto
sia attribuita ai Fenici popolo dedito ad attività commerciali.
Oltre però alla modalità di trasmissione durevole del pensiero
(alfabeto) bisognava individuare anche il materiale solido da impiegare,
ossia quello che viene spesso definito come “ materiale scrittorio”.
La natura metteva a disposizione la pietra, ad essa si aggiunsero
i metalli. Nella fase più arcaica si utilizzarono gli strati più interni
della corteccia degli alberi, chiamati in latino “liber” ma fu senz’altro
il papiro egiziano ad imporsi come materiale scrittorio usato in
Libri e Stampe Antichi e Rari
permanenza anche per la grande duttilità e resistenza offerta dalle
strisce prodotte intrecciando le fibre degli steli di questa pianta che
cresceva rigogliosa lungo il Nilo. Le strisce potevano facilmente venire
arrotolate e srotolate attorno ad un perno, formando quindi un
rotolo denominato “volumen” dal termine latino “volvere” che significa
arrotolare. Lo sfruttamento intensivo delle piantagioni di papiro
e le difficoltà di approvvigionamento promosse la diffusione di un
altro tipo di materiale scrittorio già inventato da secoli nella città di
Pergamo: la pergamena. Si trattava della pelle di un animale giovane
(agnello, capretto, vitello) debitamente trattata, lisciata e tagliata
in fogli che, cuciti tra loro, si presentavano come un serie di pagine
preannunciando, in tal modo, il formato del libro moderno. Da un
singolo animale si ricavavano all’incirca quattro fogli di pergamena
per cui, per copiare una Bibbia era necessario sacrificare una mandria.
Questo spiega perché il libro fosse un oggetto estremamente
raro e prezioso e fosse, lungo tutto il Medioevo, prodotto per lo più,
nei monasteri che di greggi e mandrie disponevano in abbondanza.
Essendo il libro un oggetto raro e prezioso andava abbellito con decorazioni
policrome di levato livello artistico e sorse così l’arte della
miniatura coltivata per secoli nello scriptorium medievale. Anzi,
dopo il crollo dell’Impero Romano, la miniatura fu per secoli l’unica
forma di arte pittorica coltivata in Occidente. Le condizioni di lavoro
nello scriptorium monastico dovevano essere piuttosto faticose. Gelo
invernale e caldo soffocante d’estate, banconi alti e durissimi, mancanza
di strumenti di ingrandimento e necessità di produrre autarchicamente
gli ingredienti necessari - colori con erbe e fiori, inchiostri
con il nerofumo dei comuni ma anche con oro e argento, pennelli
con il pelo di animali scuoiati e penne di volatili per poter scrivere
sottoponevano gli amanuensi ad una rigida disciplina alla quale
però dobbiamo la creazione di grandissimi capolavori. Per secoli l’attività
libraria proseguì secondo questi parametri finché, attorno alla
metà del Quattrocento, si verificò qualcosa che avrebbe cambiato i
destini dell’Umanità: l’introduzione della stampa da parte di Johann
Gutemberg. Nella regione vinicola di Magonza i torchi erano in uso
da secoli: servivano per spremere le uve e per pressare la biancheria
nelle case. Gutemberg intuì la possibilità di un’applicazione innovativa
basata sulla sua vera invenzione: i caratteri mobili. Versando una
lega di metalli fusi in appositi stampini si potevano ottenere le varie
lettere dell’alfabeto da comporre e scomporre per la formazione delle
parole. Sottoponendo le pagine così realizzate alla pressione del
torchio era possibile imprimere il testo su un foglio di carta o di pergamena.
Va ricordato, che la carta di stracci, prodotta secondo una
tecnica proveniente dalla Cina, si era ormai diffusa in tutta Europa.
L’impatto della nuova tecnica fu rivoluzionario perché consentiva di
produrre libri in grande numero - si diffuse il concetto di “tiratura”
- a prezzi molto più bassi del manoscritto medievale. La maggior diffusione
del libro offrì una risposta adeguata all’incremento della domanda
culturale dell’epoca e permise l’affermazione in Europa dell’Umanesimo,
del Rinascimento, della Riforma protestante e poi, via
via, dell’Illuminismo e delle idee, vaste ed articolate, che caratterizzano
il mondo nel qual viviamo. Nei secoli successivi gli impianti tipografici
si svilupperanno sempre di più finché le varie stampanti di
tipo meccanico verranno sostituite dalle tecniche computerizzate e
digitali. In tal modo siamo giunti alla nostra epoca superando la data
fatidica del 1830, indicata dagli organismi competenti a livello mondiale
(IFLA = International Federation of Librarian Association) come
la data discriminante fra il libro antico ed il libro moderno.
La Fellowship Rotariana recentemente fondata costituisce uno strumento
di conoscenza e di approfondimento della realtà del libro antico.
Grazie ad essa è possibile fare circolare notizie ed informazioni
su edizioni, stampatori, legature, miniature, copie di particolare interesse
storico, scientifico ed economico, aprendo orizzonti nuovi di
scoperta ad un campo che non è stato almeno fino ad oggi, l’oggetto
di studi ed approfondimenti adeguati
Aldo Pirola |