le motivazioni

Poiché lo scopo del Rotary è promuovere e sviluppare relazioni amichevoli tra i soci per renderli meglio atti a servire l’interesse generale, un gruppo di Rotariani Bresciani appassionati cultori del libro antico ha deciso di dare vita ad una iniziativa svolta a promuovere a livello mondiale una Fellowship dal titolo:

“Old and Rare Antique Books and Prints”

il cui motto è:

“Librorum Amor nos Unit”

 

L’Associazione è aperta ai soci di:
Rotary – Rotaract – Interact – Inner Wheel


Scopo della “Fellowship” è:


• Promuovere l’amicizia e lo scambio di informazioni a livello mondiale tra i soci che condividono l’interesse per i libri e le stampe antiche.
• Diffondere la conoscenza e la passione per i libri antichi ad altri soci ed in particolare ai giovani.
• Usare i moderni strumenti di divulgazione e di circolazione delle informazioni che rendono al giorno d’oggi facilmente accessibile un patrimonio di cui il Distretto 2050 è tra i più ricchi a livello mondiale.

L’Associazione opererà nella fase iniziale tramite il generoso supporto della Biblioteca Queriniana di Brescia (una delle più antiche e famose), delle sue strutture informatiche e del Diretttore Aldo Pirola che sarà il segretario della nuova “Fellowship”. Come richiesto da regolamento internazionale l’iniziativa ha avuto l’adesione di tre Governatori appartenenti a tre diverse nazioni ed è stata approvata dal Consiglio Centrale del Rotary International nel mese di novembre 2006. L’iniziativa è inserita nell’elenco delle Rotary Fellowships ed è a tutti gli effetti operativa sotto il sito: rotaryoldbooks.org

Perché questa iniziativa:


• Perché i Rotariani cultori di libri e di stampe antiche sono numerosissimi nel mondo.
• Perché il nostro Distretto e tutta l’Italia sono ricchissimi di un patrimonio culturale unico che va difeso e divulgato.
• Perché i mezzi informatici attuali rendono disponibile un patrimonio che una volta poteva essere difficilmente consultato.

Ma soprattutto perchè


• La cultura offre costantemente l’occasione di un dialogo armonioso con le tante realtà del mondo e della nostra società.
• Perché la crescita culturale dell’uomo è altrettanto importante di quella economica e sociale.


Ci auguriamo con questo progetto di diffondere la conoscenza e la passione per il libro antico, di creare scambio di informazioni tra i rotariani bibliofili (tra cui con grande piacere citiamo l’attuale Presidente del Rotary International Bill Boyd che anche di recente ha dichiarato di essere rappresentante di una famiglia amante dei libri), di superare con i mezzi informatici attualmente disponibili la proverbiale ritrosia del bibliofilo a prestare i libri, ritrosia che ben si riassume
nel pensiero del bibliofilo medioevale:


Librum meum non praestabo, si praestabo non habebo, si habebo
non tam cito, si tam cito non tam bonum, si tam bonum perdo
amicum: ergo nolo praestare librum.


Il nostro augurio trova felice riscontro dalla immediata accoglienza che ci è giunta favorevole da varie parti e che siamo certi troverà concreto sviluppo nel futuro.


Enrico Pedini Pietro Lorenzotti

La cultura nel Rotary e nello sviluppo della società


“Proprio della cultura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in comunicazione con la cultura straniera, avvicinare e accomunare le lingue, sviluppando in esse non quello che è locale, ma quello che è comune” (De Sanctis). In queste intense parole è racchiuso e condensato, a mio parere, il ruolo della cultura, ciò in cui l’uomo, per il quale l’esistenza si propone come sfida, e quindi come responsabilità, trova il proprio alimento.
Con il termine “cultura”, negli indirizzi più avanzati dell’indagine antropologica in generale si intende quel complesso di esperienze, di conoscenze, di sistemi, di valori, di scelte di vita, di modalità di comportamento mediante i quali l’uomo affina ed esplica le proprie qualità spirituali
e doti fisiche, cerca di ridurre in proprio potere la natura, mettendone in luce le leggi e modificandone l’aspetto con il lavoro, si adopera per rendere più accettabile la vita sociale, sia nella famiglia, sia nella società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni.
Dal punto di vista storico la cultura invece esprime, comunica e conserva, nelle sue opere, le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di tutto il genere umano. In questo senso la cultura è il bene comune proprio di ciascun popolo, poiché ne riflette lo spirito d’iniziativa, le capacità creative, l’abilità tecnica e pratica, e quindi incarna le ragioni che, nel lunghissimo trascorrere del tempo, han reso quel popolo degno di rispetto e meritevole
di considerazione. È dunque difficile, se non addirittura impossibile, immaginare che la cultura, nella propria peculiarità di prodotto dell’intelligenza e della volontà dell’uomo, nonché di espressione della sua identità, possa costituire per lui fattore di costrizione, di subordinazione, di ostacolo alla sua crescita e al suo sviluppo. La cultura può e deve essere la base su cui poggia il vero progresso morale e civile di un popolo. Purtroppo, nel corso del passato ventesimo secolo, la cultura, anziché progredire come sarebbe stato auspicabile, e come sarebbe sembrato logico attendersi, ha sofferto lunghi periodi di profondo smarrimento, condannata talvolta a un ruolo secondario o subordinato.In quella che a buon ragione può essere definita una crisi della cultura, hanno avuto una incidenza determinante alcune circostanze storiche che hanno caratterizzato quel secolo. Il mondo e il nostro paese sono percorsi da ventate di incertezza, di
timore, di sfiducia, di preoccupazione per il futuro. Ma se avremo la volontà, la forza e il coraggio di ridare vita e voce alla cultura non mancheranno le ragioni della speranza.
In particolare noi rotariani, per dissipare il profondo senso di smarrimento, dobbiamo assumerci il massimo di responsabilità nei confronti della comunità, dell’ambiente, di ogni singolo uomo.
Nell’attendere a questo dovere è la premessa indispensabile per dare prova di riconoscere nei fatti il valore che inerisce costitutivamente alla vita, all’ambiente, alla fraternità, in una parola all’uomo come persona, chiamato ad un destino di trascendenza.
L’umanesimo e la cultura, non solo ci restituiscono alla nostra dignità di uomini, ma ci offrono i paradigmi per giuste scelte politiche, economiche e sociali. La cultura dà un senso anche alle vicende quotidiane, sia private sia pubbliche, e dunque dischiude un orizzonte di speranza tanto alla storia presente quanto a quella futura.
Benvenuta sia di nuovo la cultura, prima vilipesa, dimenticata, usata per fini spesso ignobili.
Essa ci potrà offrire materia di discussione, di riflessione, di verifica intorno a questioni che interessano tutti, e che altrimenti rimarrebbero soltanto in mano a pochi o, ancor peggio, irrisolte.
Abbiamo bisogno oggi di punti di riferimento forti e verificabili. Abbiamo bisogno di tornare alla verità, a una cultura libera, non condizionata da ricatti ideologici, non asservita alla ragion di stato o di parte, come nelle peggiori tirannidi. La cultura sarà il nostro più efficace strumento per risorgere dalle macerie, soprattutto morali, del nostro paese, per tornare ad essere un popolo:


“Avere glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente.
Aver fatto insieme grandi cose, e volerne fare altre ancora.
Queste sono le condizioni essenziali per essere un popolo. Un’ere–
dità di glorie e di rimorsi per quanto riguarda il passato, uno stesso
programma da realizzare per il futuro, l’esistenza di una nazione
è un plebiscito quotidiano” (Renan).


Ebbi una conversazione telefonica con il carissimo professore Tristano Bolelli fondatore e per lungo tempo presidente del premio internazionale Galileo Galilei. Egli mi rammentò allora che la parola è veicolo essenziale per la cultura, è la voce attraverso la quale si esprimono alcune delle grandi muse.
La lingua, evidentemente, batte dove il dente duole, perché sappiamo tutti che il professor Bolelli era un insigne, grandissimo glottologo.
E dirò subito che anch’io sono fortemente convinto dell’importanza fondamentale della parola. Non a caso, da quando vide la luce, una delle preoccupazioni principali del Rotary è stata proprio la diffusione della scienza, della cultura, dell’informazione.
Noi, lontani eredi di Paul Harris, condividiamo appieno quell’ansia, ed anzi rinnoviamo l’impegno perché siamo anche profondamente convinti che sapere e conoscere significano comprendere, e la comprensione genera reciproco rispetto e amicizia, che sono tra i più nobili ideali del Rotary.
Per esaltare la funzione dell’ingegno, della scienza e della cultura il Rotary Italiano ha creato il premio internazionale Galileo Galilei. È un premio che ormai acquisisce ogni anno sempre maggiori rinomanze e importanza, tanto da essere considerato il Nobel Italiano.
Recentemente, vanto del nostro Distretto è stato istituito il programma della Rotary Fellowship (Old and Rare Books and Prints) (libri e stampe rari e antichi). Si tratta di una iniziativa di valore sociale e culturale, che intende promuovere amicizie e scambio di informazioni a livello mondiale fra rotariani che condividono la passione per i libri e le stampe antiche. E so che un certo ripensamento, e una certa tendenza al ritorno verso un più equilibrato rapporto tra il regno della materia e quello dello spirito vada via via oggi diffondendosi nelle menti più educate e più attente. Se il concetto è giusto tocca allora a noi, ai rotariani, il compito di tradurlo in termini concreti studiando e organizzando un programma di concrete iniziative culturali ed educative, articolate a tutti i livelli possibili, ma soprattutto, mi permetto, raccomandare in funzione dei giovani perché essi sono il nostro domani.


Enzo Cossu

Mi piace affrontare il discorso sul libro antico partendo da questa semplice constatazione: “Noi non saremmo quello che siamo, se quanti sono vissuti prima di noi non avessero avuto lo strumento per trasmetterci e farci conoscere quello che loro sono stati!”.
Tutte le generazioni hanno lasciato una traccia sulla terra, anche le più lontane nel tempo. Gli uomini della Preistoria erano persone come noi, dotate di una loro complessa interiorità ma questo loro patrimonio “umano” se lo sono portati nella tomba perché, non conoscendo la scrittura, non potevano trasmetterlo in maniera duratura.
È infatti la scrittura il discrimina tra la storia; ossia la realtà documentata e la Preistoria. Lungo, e in parte tuttora oscuro, è stato il cammino per giungere all’elaborazione della scrittura: probabilmente si è incominciato a raffigurare, in maniera sempre più astratta, la realtà concreta e i concetti ad essa collegati tramite pittogrammi e ideogrammi, secondo il modello usato nell’Egitto antico e nell’Estremo Oriente moderno. I segni così elaborati hanno probabilmente acquisito col tempo un valore fonetico e non concettuale, trasformandosi, in ambiente mediterraneo, in lettere alfabetiche, componendo le quali, si riscontrò la possibilità di creare un numero infinito dì vocaboli secondo le mille esigenze della vita concreta. Non è un caso che “ l’invenzione” dell’alfabeto sia attribuita ai Fenici popolo dedito ad attività commerciali.
Oltre però alla modalità di trasmissione durevole del pensiero (alfabeto) bisognava individuare anche il materiale solido da impiegare, ossia quello che viene spesso definito come “ materiale scrittorio”. La natura metteva a disposizione la pietra, ad essa si aggiunsero i metalli. Nella fase più arcaica si utilizzarono gli strati più interni della corteccia degli alberi, chiamati in latino “liber” ma fu senz’altro il papiro egiziano ad imporsi come materiale scrittorio usato in Libri e Stampe Antichi e Rari permanenza anche per la grande duttilità e resistenza offerta dalle strisce prodotte intrecciando le fibre degli steli di questa pianta che cresceva rigogliosa lungo il Nilo. Le strisce potevano facilmente venire arrotolate e srotolate attorno ad un perno, formando quindi un rotolo denominato “volumen” dal termine latino “volvere” che significa arrotolare. Lo sfruttamento intensivo delle piantagioni di papiro e le difficoltà di approvvigionamento promosse la diffusione di un altro tipo di materiale scrittorio già inventato da secoli nella città di Pergamo: la pergamena. Si trattava della pelle di un animale giovane (agnello, capretto, vitello) debitamente trattata, lisciata e tagliata in fogli che, cuciti tra loro, si presentavano come un serie di pagine preannunciando, in tal modo, il formato del libro moderno. Da un singolo animale si ricavavano all’incirca quattro fogli di pergamena per cui, per copiare una Bibbia era necessario sacrificare una mandria.
Questo spiega perché il libro fosse un oggetto estremamente raro e prezioso e fosse, lungo tutto il Medioevo, prodotto per lo più, nei monasteri che di greggi e mandrie disponevano in abbondanza.
Essendo il libro un oggetto raro e prezioso andava abbellito con decorazioni policrome di levato livello artistico e sorse così l’arte della miniatura coltivata per secoli nello scriptorium medievale. Anzi, dopo il crollo dell’Impero Romano, la miniatura fu per secoli l’unica forma di arte pittorica coltivata in Occidente. Le condizioni di lavoro nello scriptorium monastico dovevano essere piuttosto faticose. Gelo invernale e caldo soffocante d’estate, banconi alti e durissimi, mancanza di strumenti di ingrandimento e necessità di produrre autarchicamente gli ingredienti necessari - colori con erbe e fiori, inchiostri con il nerofumo dei comuni ma anche con oro e argento, pennelli con il pelo di animali scuoiati e penne di volatili per poter scrivere sottoponevano gli amanuensi ad una rigida disciplina alla quale però dobbiamo la creazione di grandissimi capolavori. Per secoli l’attività libraria proseguì secondo questi parametri finché, attorno alla metà del Quattrocento, si verificò qualcosa che avrebbe cambiato i destini dell’Umanità: l’introduzione della stampa da parte di Johann Gutemberg. Nella regione vinicola di Magonza i torchi erano in uso da secoli: servivano per spremere le uve e per pressare la biancheria nelle case. Gutemberg intuì la possibilità di un’applicazione innovativa basata sulla sua vera invenzione: i caratteri mobili. Versando una lega di metalli fusi in appositi stampini si potevano ottenere le varie lettere dell’alfabeto da comporre e scomporre per la formazione delle
parole. Sottoponendo le pagine così realizzate alla pressione del torchio era possibile imprimere il testo su un foglio di carta o di pergamena.
Va ricordato, che la carta di stracci, prodotta secondo una tecnica proveniente dalla Cina, si era ormai diffusa in tutta Europa.
L’impatto della nuova tecnica fu rivoluzionario perché consentiva di produrre libri in grande numero - si diffuse il concetto di “tiratura” - a prezzi molto più bassi del manoscritto medievale. La maggior diffusione del libro offrì una risposta adeguata all’incremento della domanda culturale dell’epoca e permise l’affermazione in Europa dell’Umanesimo, del Rinascimento, della Riforma protestante e poi, via via, dell’Illuminismo e delle idee, vaste ed articolate, che caratterizzano il mondo nel qual viviamo. Nei secoli successivi gli impianti tipografici si svilupperanno sempre di più finché le varie stampanti di tipo meccanico verranno sostituite dalle tecniche computerizzate e digitali. In tal modo siamo giunti alla nostra epoca superando la data fatidica del 1830, indicata dagli organismi competenti a livello mondiale (IFLA = International Federation of Librarian Association) come la data discriminante fra il libro antico ed il libro moderno.
La Fellowship Rotariana recentemente fondata costituisce uno strumento di conoscenza e di approfondimento della realtà del libro antico.
Grazie ad essa è possibile fare circolare notizie ed informazioni su edizioni, stampatori, legature, miniature, copie di particolare interesse storico, scientifico ed economico, aprendo orizzonti nuovi di scoperta ad un campo che non è stato almeno fino ad oggi, l’oggetto di studi ed approfondimenti adeguati

Aldo Pirola